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DA ATACAMA ALLA CINA LA FEBBRE DEL RAME

Gianni Beretta di ritorno dal Cile

publicado por Il Manifesto, Italia

Si ruba ovunque: sui cantieri, nelle aziende industriali, lungo le linee telefoniche, fin nelle tombe. Stiamo parlando del rame, il miglior conduttore elettrico. I danni maggiori interessano la rete ferroviaria: negli ultimi due anni in Italia sono stati asportati sui binari cavi e trecciole per 2mila tonnellate di rame, con una perdita di 12 milioni di euro; senza contare i disagi per l’interruzione del servizio di 2.600 treni, con ritardi accumulati di 40 giorni.
La ragione dell’esplosione dei furti è l’impennata del prezzo internazionale, quintuplicatosi negli ultimi tre anni fino a toccare gli 8mila dollari la tonnellata. Alla Kme, multinazionale italiana di semilavorati di rame (un tempo del Gruppo Orlando) con casa madre a Firenze, fabbriche in mezzo continente e 7mila dipendenti, abbiamo incontrato uno fra i maggiori compratori di rame al mondo, Luciano Parolai: dal 2003 si è registrata una crescita improvvisa e imponente della domanda da parte della Cina (ma anche dell’India) cui l’offerta non poteva far fronte, visto che ci vogliono almeno un paio d’anni perché una nuova miniera inizi ad essere produttiva. La performance dell’economia cinese conferma come l’approvvigionamento di rame sia uno dei principali indicatori della crescita reale di un paese, per le sue svariate e crescenti applicazioni. Si pensi che, per fare un esempio, nelle auto di una volta c’era una quantità di rame di circa 8 kg; oggi in ogni veicolo ce ne sono almeno 25.

Il salario del Cile
El cobre (il rame) rimanda al Cile – principale estrattore mondiale con il 40% della produzione, nonché detentore del 44% delle riserve del pianeta – e alla sua storia: con la coraggiosa nazionalizzazione delle miniere di Allende, seguita dalle privatizzazioni del golpista Pinochet. Un ex presidente cileno disse che “il rame è il salario del Cile”.
A Santiago, a un isolato dal Palazzo della Moneda, ha sede la Corporazione del Rame del Cile (Codelco), la più grande società mineraria del mondo (col 12% dell’estrazione totale e 45mila addetti); l’unica a non essere stata svenduta alle multinazionali straniere dalla dittatura per il semplice fatto che il 10% delle sue vendite di rame viene ancora oggi intascato dalla Forza armata cilena. Alla Codelco ci ha ricevuto il vicepresidente Eduardo Herrera, uomo spiritoso e diretto: «Viviamo una congiuntura assolutamente eccezionale; lo scorso anno, sui 11 miliardi di dollari di rame che abbiamo esportato, 9 sono stati di utili».
La Codelco ci ha aperto le porte delle sue miniere nel nord del Cile, in pieno deserto di Atacama. Nel complesso minerario Codelco Norte, a 2.700 metri di altitudine, nei pressi della ricca quanto squallida cittadina di Calama, lavorano circa 20mila persone (8mila dipendenti diretti e 12mila in ditte d’appalto). Tre sono le miniere a cielo aperto, di cui la più antica è Chuquicamata (la più grande esistente sulla terra con i suoi 4-5 chilometri di diametro e 1 di profondità). Sì, proprio quella dove fece tappa il Che Guevara nel suo viaggio in motocicletta. Ma oggi non si lavora più a picco e pala come si racconta nei sofferti versi di Neruda. Dopo le detonazioni della dinamite, intervengono gigantesche macchine movimento terra. E camion da 360 tonnellate risalgono giorno e notte, lentamente, in fila indiana, la miniera, caricando quotidianamente 600mila tonnellate di roccia, di cui appena l’1% si convertirà in catodi di rame (che in camion o ferrovia raggiungeranno i porti di esportazione di Antofagasta e Mejillones).
I minatori della Codelco sono i meglio pagati del Cile con salari mensili fra i 1.200 e i 2.000 dollari; che si dimezzano subito per i dipendenti delle società indirette. E’ sull’impatto ambientale che sono dolori, con tutti quegli acidi utilizzati per separare il minerale dalla roccia (col sistema del solfuro o per lisciviazione) e poi per il processo di elettrolisi.

Lezioni di cinese
Da alcuni mesi alla Codelco si impartiscono lezioni di cinese ad un gruppetto di dipendenti, da quando il colosso giallo Minmetal ha sottoscritto con la società mineraria cilena un accordo di collaborazione che prevede la vendita consistente di rame alla Cina per 15 anni. «Normalmente nel nostro settore i contratti non superano i due o tre anni; ma la Minmetal ci paga bene, a un prezzo di poco inferiore a quello attuale di mercato», ci racconta Herrera; aggiungendo che l’intesa prevede pure una joint-venture al 50% con i cinesi per l’apertura di una nuova miniera. In effetti a 130 km a sud-est di Calama è in avanzata costruzione la miniera Gaby, con un investimento vicino al miliardo di dollari, che comincerà a produrre 150mila tonnellate di rame annuali dal marzo 2008. Qui non ci sarà mano d’opera cinese; loro siederanno solo nel consiglio direttivo della società, ci precisa l’ingegnere capo-costruttore di Gaby, che ha accompagnato il presidente della Minmetal in visita alle installazioni. Qualcuno confida che la Minmetal era ossessionata da tempo dall’idea di comprare una miniera tutta per sé, compresa Chiquicamata. Ma la Codelco non ha mollato.
Rientrati dal deserto nella capitale, casualità ha voluto che fosse in via d’allestimento la prima Fiera dei prodotti cinesi in Cile, con oltre un centinaio di aziende che montavano i loro stands nell’ex stazione di Mapocho. La Cina è ormai prossima a scavalcare gli Stati Uniti come primo partner commerciale del Cile, soprattutto dopo che la presidente Michelle Bachelet ha sottoscritto un trattato di libero commercio con Pechino, che ha come perno il settore minerario (già oggi il 40% del rame cileno finisce in Asia, il 33% nei paese della Ue e il 17% negli Usa e Canada). Qui Chen Juming, addetto economico dell’ambasciata cinese che ci ha svelato altri dettagli dell’accordo fra la Minmetal e la Codelco (scelta non a caso per essere al 100% statale): il rame che importeremo è stato pagato in anticipo e in contanti, finanziando così la miniera Gaby col diritto di prelazione sul 25% delle azioni al prezzo di mercato che si determinerà nel momento in cui saranno messe all’asta; ma l’intenzione è di acquisire il 50%.
Al nostro interlocutore cinese chiediamo che effetto gli faccia che il suo paese abbia scatenato questa febbre dell’oro rosso. Risponde: «E’ la legge della domanda e dell’offerta; ma non siamo gli unici ad aver incrementato gli acquisti di rame; e poi l’aumento della domanda non è l’unico fattore ad aver causato l’impennata del prezzo».

Speculazione di metallo
Juming non ha tutti i torti. Sia il vicepresidente della Codelco, Herrera, che Parolai della Kme convengono che, innescata la corsa al rame, metà della responsabilità dell’incremento del prezzo è da attribuirsi alla speculazione dei fondi d’investimento al London Metal Exchange. E’ un exploit che in questi ultimi anni ha riguardato più o meno tutte le materie prime; ma, nel caso del rame -ci segnala Parolai- se la produzione mondiale annua è di circa 18 milioni di tonnellate, in borsa se ne trattano 5-600 milioni. Ovvero il rame di carta interscambiato è trenta volte quello fisico reale; col risultato che gli operatori industriali sono schiacciati dalle dinamiche finanziarie.
Per ragioni diverse Parolai (che preferirebbe una certa stabilità del mercato), Juming (cui piacerebbe pagarlo molto di meno), ma anche Herrera (che a questi prezzi pur favorevolissimi per i produttori, teme un processo di sostituzione del rame con altri materiali, che nell’edilizia è già cominciato) concordano sulla dannosità di un mercato così impazzito. E si augurano un salutare e sostanziale ribasso del prezzo del rame: a Herrera basterebbe un prezzo intorno ai 2mila dollari la tonnellata, visto che il prezzo medio si è aggirato storicamente intorno ai mille dollari. Ma nessuno di loro si avventura in previsioni. Un fatto è certo: a farne le spese è il consumatore finale, sul quale si scaricano gli aumenti di qualsiasi prodotto finito che contenga del rame.

Rottame a ruba
I furti non riguardano (almeno per ora) i catodi di rame che escono dalle miniere, bensì il riciclo del rottame, che costituisce un terzo dell’intero mercato di questo metallo. Il rame infatti non si consuma, si utilizza. L’80% del rame estratto fin dalla preistoria è ancora in circolazione. E, tolti i costi di riciclaggio, assume un valore molto prossimo alla materia prima nuova. Per questo i rottamai sono arrivati a pagare fino a 2-3 euro il kg a chi porta loro del rame.
Anche in questo settore di mercato la Cina ha assunto un ruolo aggressivo; in particolare in Europa, che, essendo di antica industrializzazione è il continente che ne possiede di più. In pochissimi anni l’Europa ha perso 1 milione di tonnellate di rame -ci spiega Parolai- proprio per gli incentivi del governo cinese ai suoi importatori che li ha messi in condizione di pagare il rottame di rame a prezzi con i quali gli utilizzatori europei non sono in grado di competere.
Il responsabile acquisti della Kme lamenta il disinteresse dell’Ue nel proteggere il rottame che definisce la sua vera e unica materia prima. Mentre i governi cinese, russo, indiano, oltre ad acquistare rame riciclato offrendo qualsiasi prezzo, poi se lo tengono ben stretto proibendone pressoché l’esportazione.
I cinesi non vanno poi troppo per il sottile neanche dal punto di vista ambientale, riferisce Parolai: in Europa i cavi e il rottame di rame sono trattati mediante tranciatura, separazione e smaltimento della gomma e della plastica, che costano; paesi come la Cina invece sono avvantaggiati perché preferiscono acquistare a poco prezzo rottame al primo stadio per poi fare un gran falò.
Il vice presidente della Codelco ci aveva riferito che nella casa di campagna di suo suocero ignoti avevano sottratto i fili elettrici che portano la corrente dalla strada all’abitazione: se continua così -rideva divertito Herrera- finirà che si caricheranno via tutto il rame che c’è qui dentro (indicando il rame brillante che copre le pareti dell’intero salone conferenze della Codelco). Parolai si congeda invece da noi con un: tocchiamo rame, ma nelle nostre fabbriche non hanno rubato ancora nulla; anche perché abbiamo moltiplicato le misure di sicurezza.
Di converso alla Tratos-Cavi di Pieve Santo Stefano in provincia di Arezzo – fra le prime aziende italiane nella produzione di cavi elettrici, telefonici e di fibre ottiche – i furti sono ormai uno stillicidio. L’ultima incursione, ci racconta il titolare Albano Bragagni, è avvenuta la notte del Natale scorso: con un autoarticolato di targa rumena hanno sfondato la cancellata e si sono portati via bobine vergini di rame per 150mila euro; per fortuna il camion si è guastato dopo pochi chilometri e, intercettati dai carabinieri in un’area di servizio della E-45, hanno dovuto abbandonare il tutto e fuggire per i campi.
Gli autori delle ruberie sono per lo più rumeni ed extracomunitari disperati che trovano facilmente piccoli e grandi rottamai a fare da ricettatori. E’ ovvio che il tentativo fallito alla Tratos-Cavi era opera di una banda specializzata su commissione. E le mafie nostrane hanno ormai messo le mani sul nuovo business.
Il nostro reportage sul mondo dell’oro rosso si è concluso in Calabria nel porto di Gioia Tauro, dove attraccano piccole navi provenienti da porti minori (soprattutto italiani ma non solo) del Mediterraneo, che trasbordano le loro merci su mercantili transoceanici. Qui il Nucleo operativo ecologico dei carabinieri ha scoperto nell’agosto scorso 27 container di rottame di rame trafugato, in partenza per la Cina. Le indagini sono ancora in corso. E non è detto che i destinatari cinesi fossero a conoscenza della provenienza illecita del carico.
Meno male che a Santiago del Cile il nostro Chen Juming, a domanda sul fenomeno dei furti ci aveva risposto risoluto: se è qualche poveraccio che ruba per campare è una cosa; ma se si tratta di criminali organizzati le autorità devono intervenire con il pugno di ferro.
Secondo Parolai, anche se i furti generano gravi disagi e disservizi (blackout elettrici, telefonici e dei trasporti), e dunque hanno clamore mediatico, la quantità di rame rubato è talmente poco significativa che non incide sul prezzo di mercato. Herrera allarga le braccia rassegnato: il problema dei furti sarà risolto, dice, solo quando il prezzo del rame ridiscenderà.

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